La casa greca: gli interni

    Riguardo all'aspetto delle abitazioni, un viaggiatore del III sec.  (Pseudo Dicearco) affermava che: "La maggior parte delle case erano veramente modeste e solo poche decorose"; sappiamo inoltre che venivano scavati veri e propri rifugi nella roccia  (nel quartiere di Coile, che significa appunto "scavato") e che molte abitazioni venivano semplicemente addossate alla roccia.
Oltre a queste dimore primitive si estendevano i quartieri popolari, dove la maggior parte delle case erano di modestissime dimensioni e costituite solamente da un unico piano con due o tre stanze, che, per lo più, venivano affittate agli stranieri. Questo tipo di abitazione era molto semplice, edificata in legno, pietre legate da calcina, oppure mattoni crudi: le pareti risultavano così facili da perforare che i ladri non si disturbavano a sfondare porte e finestre, ma praticavano direttamente un foro nell'esile muro (per questo motivo erano chiamati "toichorichoi", ovvero "foratori di muri"). La fragilità di queste pareti, tuttavia, talvolta poteva risultare utile agli abitanti, come Tucidide afferma a proposito dei Plateesi: invasi dai Tebani, forarono i muri delle case contigue fra di loro e riuscirono a radunarsi in segreto (Tuc. 2,3).
La porta, nella descrizione che ci fornisce Plutarco, si apriva verso l'esterno e, prima di uscire, era opportuno bussare per evitare di investire il malcapitato passante. 1 tetti erano a terrazza e venivano sfruttati come veri e propri letti durante l'estate. 

Le finestre (thirides) erano di dimensioni veramente ridotte, poiché i Greci non conoscevano l'uso del vetro trasparente e cercavano di ridurre al minimo i problemi legati al cattivo tempo: bastava un panno per otturare quei piccoli lucernari; l'uso di finestre piccole e di muri spessi serviva anche a limitare la calura estiva all'interno delle abitazioni.
Quando il proprietario di queste abitazioni date in affitto non riceveva il regolare pagamento, non si rivolgeva certo al suo avvocato per un'ingiunzione di sfratto: faceva togliere tutte le tegole del tetto, scandinava la porta di ingresso o chiudeva l'accesso al pozzo, finché il suo sgradito inquilino non si fosse deciso a saldare il debito o lasciare libera la casa. Per la maggioranza dei cittadini ateniesi, i cibi dovevano essere cotti fuori casa, all'aperto, come avviene ancora in numerosi villaggi greci: prima del IV secolo a.C. non si ha notizia di abitazioni dotate di cucina e, comunque, mancava un braciere stabile in una stanza, a causa del problema dell'eliminazione del fumo. Si accendeva un fuoco all'esterno della casa e lo si portava all'interno solo quando si era ormai prodotta la brace e si era ridotta la quantità di fumo; per eliminare quello residuo si aprivano i fori di aerazione (opai) o si utilizzavano i kapnodokè (condutture per il fumo) che ci descrive Erodoto (Er., 4,103), che però sembrano essere appartenuti solo alle abitazioni dei ricchi. Senofonte (Xen., Memor. 3,6,14) attesta la presenza di circa 10.000 case ad Atene (IV sec.) e, sicuramente, esse dovevano assomigliare al tipo di abitazione semplice e povera che abbiamo descritto precedentemente; non mancavano, tuttavia dimore più ricche ed agiate, tanto che abbiamo notizia di quartieri residenziali di bell'aspetto, come quello di Scambonide. Oltre a queste abitazioni private, dovevano esistere anche veri e propri condomini (synoikia, case collettive), come possiamo desumere da Eschine nella sua orazione "Contro Timarco".

Per renderci conto di come potesse apparire una casa di cittadini facoltosi, però, è necessario uscire dall'Attica, dove non sono mai state trovate negli scavi, e recarsi ad Olinto: le abitazioni di questa città, infatti, ci sono giunte, in alcuni casi, in un relativamente ottimo stato di conservazione. Esse avevano una pianta approssimativamente quadrata e tutte le stanze si aprivano su un portico interno (pàstas), preceduto da un cortile (aulè) e da un vestibolo (protiron). Il portico interno era orientato in pieno mezzogiorno, come consiglia Socrate (Xen., Memor. 3,8,9): "Il sole si infiltra negli appartamenti d'inverno, lasciandoci in ombra d'estate, perché passa sopra le nostre teste". Nei secoli successivi all'età di Pericle il pastas venne dotato di portici su più lati ed un peristilio. Era presente un salotto (diaiteterion, cioè "luogo per passare il tempo"), collocato a nord, e la sala decorata da mosaici dedicata esclusivamente agli uomini (androon), dove si tenevano i banchetti. Gli altri locali erano l'òikos, la sala da pranzo per tutta la famiglia, la sala da bagno e la cucina. Il pianterreno, talvolta, era fornito anche di un laboratorio o di una dispensa. Le carriere da letto, il thalamos (camera nuziale), l'appartamento delle donne (gynaikèion) e le cellette per gli eventuali schiavi erano al primo piano. Il bagno veniva costruito accanto alla cucina, in modo che quest'ultima diffondesse nel locale attiguo il suo calore. Il primo piano delle case, talvolta, veniva dotato di balconi, che, però, lo stato considerava illegali, perchè  sporgevano rispetto alla strada.

La decorazione degli esterni e degli interni era molto semplice e consisteva solo in uno strato di calce, come ci conferma Plutarco, descrivendo la casa di Focione, che era "semplice e nuda" (Plut., Foc., 18); sappiamo, però, che le case di Olinto erano arricchite da mosaici ed il poeta Bacchilide (sicuramente esagerando) parla di abitazioni in cui splendevano oro ed avorio (Ateneo, 2,39). Le case dei ricchi erano ricoperte da tappezzerie sul muri ed avevano soffitti decorati. Abitazioni di questo tipo, tuttavia, erano quasi inesistenti ad Atene nel V secolo: la maggior parte delle abitazioni assomigliava alle capanne descritte in precedenza e non conteneva nemmeno il bagno.
Per quanto riguarda infine l'arredamento, possediamo la descrizione di quello "ricchissimo" (solo relativamente, perché la ricchezza privata era guardata con sospetto ad Atene) di Alcibiade: 4 tavole, 12 letti, sedie e sgabelli, bauli e cofanetti in cui riporre i gioielli e gli abiti, e, probabilmente, vasi dipinti per ornamento. i letti erano dei quadrati di legno, su cui venivano posati dei materassi. Naturalmente i poveri potevano solo invidiare questo lusso e si accontentavano di riposare su pagliericci o coperte proverbialmente piene di pulci o pidocchi, come mostra Aristofane in molte sue commedie.

        Andrea Zoia

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